Sino a metà del XIX secolo, si scalavano le montagne soprattutto per motivi scientifici. Poi, quando gli inglesi scoprirono l’alpinismo, questa attività divenne una disciplina di svago ed in tempi più recenti sportiva. Almeno inizialmente gran parte della società, diremmo europea, era scettica e contraria al soccorso di alpinisti infortunati da parte di enti pubblici.
Il Club Alpino Italiano
Il Club Alpino Italiano (CAI) è una delle più antiche e prestigiose associazioni dedicate alla montagna in Italia. La sua nascita risale alla fine del XIX secolo, un periodo in cui l’interesse per le attività alpine e l’esplorazione delle montagne stava crescendo rapidamente. La fondazione del CAI avvenne ufficialmente nel 1863, in un contesto di grande fermento culturale e scientifico, quando un gruppo di appassionati di montagna, esploratori e studiosi si riunì con l’obiettivo di promuovere la conoscenza, la tutela e l’escursionismo in ambiente montano.
L’idea di creare un’associazione dedicata agli amanti delle montagne nacque dall’esigenza di organizzare e coordinare le attività di escursionismo, alpinismo e studio delle Alpi italiane. I fondatori del CAI erano persone che avevano a cuore la valorizzazione del patrimonio naturale e culturale delle montagne italiane, e desideravano creare un punto di riferimento per tutti gli appassionati di queste terre elevate. La prima sede del club fu stabilita a Torino, ma ben presto l’associazione si diffuse in tutta Italia, coinvolgendo appassionati e studiosi di diverse regioni alpine.
Nel corso degli anni, il CAI si è evoluto, ampliando i propri obiettivi e le proprie attività. Oltre a promuovere l’escursionismo e l’alpinismo, il club si impegnò nella tutela dell’ambiente montano, nella promozione della cultura alpina e nella formazione di guide e escursionisti esperti. La sua missione principale era quella di favorire la conoscenza e il rispetto delle montagne, garantendo che le attività sportive e ricreative si svolgessero in modo sicuro e responsabile.
Uno dei compiti più importanti e distintivi del CAI è il soccorso in montagna. Fin dai primi anni, il club si è dotato di squadre di volontari altamente specializzati, addestrati per intervenire in situazioni di emergenza. Questi volontari, spesso chiamati “soccorritori alpini”, sono formati per affrontare condizioni estreme, come valanghe, cadute, incidenti durante l’alpinismo o escursioni, e per prestare assistenza a persone in difficoltà in ambienti montani impervi.
Il servizio di soccorso in montagna del CAI è diventato un punto di riferimento fondamentale per chi si avventura in territori alpini. Le squadre di soccorso sono equipaggiate con tecnologie avanzate, come corde, imbragature, radio comunicazioni e strumenti di ricerca, per garantire interventi rapidi ed efficaci. Questi volontari operano spesso in collaborazione con le autorità locali, i vigili del fuoco e le forze dell’ordine, contribuendo a salvare vite umane e a ridurre i rischi legati alle attività in montagna.
Il Soccorso Alpino
Il Soccorso Alpino in Piemonte ha una storia radicata nello spirito di solidarietà tra gli abitanti delle montagne, con radici che affondano nel XIX secolo e che si sono consolidate con la nascita del Club Alpino Italiano (CAI).
Le sue origini risalgono agli inizi del XX secolo, quando le prime squadre di soccorso si formarono spontaneamente tra gli appassionati di montagna e gli alpinisti più esperti. Questi pionieri si resero conto che, in caso di incidenti o incidenti improvvisi, era necessario organizzare interventi rapidi ed efficaci per salvare vite umane. Il primo esempio di intervento organizzato si ebbe in Italia intorno agli anni ’20 e ’30, quando alcune associazioni alpine, come il Club Alpino Italiano (CAI), iniziarono a mettere in piedi squadre di volontari addestrati per il soccorso in montagna. Questi volontari, spesso chiamati “soccorritori alpini”, si preparavano con corsi di formazione specifici, imparando tecniche di ricerca, salvataggio, primo soccorso e utilizzo di attrezzature specializzate. Con il passare degli anni, la necessità di un’organizzazione più strutturata portò alla creazione di enti dedicati al soccorso alpino, che operassero in modo coordinato e professionale. In Italia, questa evoluzione si consolidò nel secondo dopoguerra, quando il Soccorso Alpino divenne un servizio ufficiale, spesso gestito dal CAI o da altre organizzazioni alpine regionali.
La legge e le normative nazionali iniziarono a riconoscere ufficialmente il ruolo di queste squadre, dotandole di mezzi e risorse adeguate. Il Soccorso Alpino si sviluppò ulteriormente negli anni ’50 e ’60, con l’introduzione di tecnologie più avanzate, come radio comunicazioni, corde sempre più resistenti ed adatte alle operazioni di soccorso estremo, imbragature e strumenti di ricerca come i cani addestrati.
La formazione dei soccorritori divenne più rigorosa e professionale, e le squadre si ampliarono per coprire un’area sempre più vasta di territori montani. Un momento importante nella storia del Soccorso Alpino fu l’istituzione di centri di coordinamento e di centri di formazione, che garantissero un intervento rapido e ben organizzato in ogni regione. Questi centri fungevano anche da punti di riferimento per la formazione continua dei volontari e per la gestione delle emergenze più complesse.
Nel cuneese la necessità di un’organizzazione più strutturata portò alla creazione di squadre di soccorso ufficiali, distribuite nelle principali valli cuneesi come la Valle Maira, la Valle Stura, la Valle Gesso e la Valle Vermenagna. Queste squadre si dotarono di mezzi e strumenti più avanzati, come radio comunicazioni, corde, imbragature e cani addestrati per la ricerca di dispersi. Negli anni ’70 e ’80, il Soccorso Alpino nel Cuneese si consolidò ulteriormente, collaborando con le istituzioni pubbliche, i vigili del fuoco e le forze dell’ordine, per garantire interventi più coordinati e tempestivi. La regione, con le sue montagne spesso impervie e le sue aree di grande frequentazione turistica, richiedeva un’organizzazione capillare e professionale. La formazione dei volontari si intensificò, con corsi di aggiornamento e specializzazione continua, per affrontare le sfide di un ambiente montano in evoluzione.
La formazione dei volontari
Nel 1890, con la pubblicazione del volume Il soccorso in montagna, il dottor Carlo Cagliano, medico e appassionato alpinista, diede un contributo pionieristico all’organizzazione delle prime forme strutturate di soccorso alpino in Italia. Il suo manuale, rivolto principalmente ai soci della Sezione torinese del Club Alpino Italiano (CAI), rappresentava una guida teorica e pratica per affrontare le emergenze mediche in ambiente montano, in un’epoca in cui l’assistenza sanitaria in quota era pressoché inesistente.
Le lezioni pratiche, ispirate direttamente dai capitoli dell’opera di Cagliano, venivano impartite con regolarità ai soci più attivi del sodalizio torinese. Questi incontri, svolti spesso nei locali della Sezione o presso rifugi alpini, miravano a fornire nozioni fondamentali di primo soccorso, tecniche di trasporto feriti, riconoscimento delle lesioni più comuni e utilizzo di attrezzature rudimentali, come barelle in legno, corde e fasciature di fortuna. Si trattava di un addestramento essenziale, soprattutto in considerazione del crescente numero di escursioni e ascensioni promosse dal CAI.
Cagliano insisteva sulla necessità di combinare preparazione fisica e conoscenza medica, sottolineando l’importanza della calma, della prontezza d’animo e della collaborazione tra compagni di cordata. Le esercitazioni includevano simulazioni di incidenti su terreno roccioso, nevoso o ghiacciato, durante le quali i partecipanti dovevano dimostrare capacità di intervento rapido e preciso, spesso con mezzi improvvisati. L’addestramento pratico prevedeva anche il riconoscimento di sintomi di ipotermia, congelamento, fratture, commozioni cerebrali e morsi di vipera, tutti eventi frequenti per l’epoca.
Un aspetto particolarmente innovativo delle lezioni era l’introduzione del concetto di prevenzione: Cagliano raccomandava un’attenta preparazione dell’escursione, la valutazione del tempo meteorologico e l’utilizzo di un abbigliamento adeguato, concetti che oggi appaiono scontati, ma che all’epoca rappresentavano un approccio moderno e lungimirante alla sicurezza in montagna.
Molti soci torinesi del CAI divennero, grazie a queste lezioni, veri e propri precursori del soccorso alpino organizzato. In assenza di corpi ufficiali di salvataggio, erano proprio questi volontari, formati con metodo e passione, a intervenire nei momenti critici. Le pagine di Cagliano non solo insegnavano tecniche, ma trasmettevano uno spirito di solidarietà e responsabilità che divenne parte fondante dell’etica alpinistica del CAI.
La valanga di Bergemoletto
Nel marzo del 1755, una nevicata intensa e ininterrotta colpì le Alpi cuneesi, coprendo la Valle Stura con una neve pesante e insidiosa all’epoca, era un territorio florido, abitato e produttivo. Demonte, in particolare, era un centro che viveva di agricoltura, ma anche di industria bellica legata al forte militare costruito sul Podio. La ricostruzione del forte dopo le guerre del 1744 aveva però alterato l’equilibrio naturale, causando disboscamenti e fragilità ambientali.
Il 19 marzo, dopo tre giorni di maltempo, la montagna si risvegliò: il Monte Bourel tremò e tre valanghe si staccarono, travolgendo la borgata di Bergemoletto. Trenta case vennero distrutte e ventidue persone persero la vita all’istante, il villaggio sconvolto. Tuttavia, tra le macerie, la neve creò una sorta di camera d’aria che salvò quattro persone: Anna Maria Rocchia, i suoi due figli Margherita e Antonio, e la cognata Anna. Poco lontano, in una stalla parzialmente intatta, resistono anche alcuni animali.
Senza contatti esterni e invisibili ai soccorritori, i sopravvissuti riuscirono a nutrirsi con le uova delle galline e il latte delle capre. L’acqua arrivava solo grazie alla neve che si scioglieva lentamente. I giorni si fecero lunghi, le condizioni igieniche peggiorarono e la speranza si affievolì. Dopo dieci giorni morì il piccolo Antonio, le tre donne, nonostante tutto, resistettero.
Dopo trentasette giorni, vennero incredibilmente estratte vive dalle macerie, tra la commozione dei parenti e la meraviglia dei medici. La loro sopravvivenza diventò un simbolo di resistenza e speranza, e un drammatico monito sulla fragilità del rapporto tra uomo e montagna.
I passaggi chiave del Soccorso Alpino in Piemonte ed in Italia nel XIX secolo
1820: Prima grande catastrofe alpinistica sul Monte Bianco. Sul versante di Chamonix della montagna muoiono sotto una valanga le guide Auguste Tairraz, Pierre Balmat e Pierre Carrier.
Conquistato nel 1786, il Monte Bianco non aveva sino a quel momento fatto alcuna vittima.
1863: Dalla mente di Quintino Sella nasce il Club Alpino Italiano, che, tra i suoi compiti istituzionali, prevede anche il soccorso in montagna.
1890: Lezioni pratiche di soccorso alpino vengono impartite ai soci della Sezione torinese del CAI. Il dottor Carlo Cagliano dello stesso sodalizio dà alle stampe un volumetto che ha per tema “Il soccorso in montagna”.
1892: La direzione dell’Alpine Club di Londra nomina una Commissione per l’adozione di segnali da usarsi in montagna in caso d’incidenti.
1890: Lezioni pratiche di soccorso alpino vengono impartite ai soci della Sezione torinese del CAI. Il dottor Carlo Cagliano dello stesso sodalizio dà alle stampe un volumetto che ha per tema “Il soccorso in montagna”.
1892: La direzione dell’Alpine Club di Londra nomina una Commissione per l’adozione di segnali da usarsi in montagna in caso d’incidenti.
Ogni guida( … ) è in obbligo di andare in cerca degli smarriti e di prestar soccorso ai pericolanti”.
Questa frase è tratta dal Prontuario per le Guide alpine del Trentino del 1886 che rappresenta un punto di riferimento fondamentale, perchè fornisce linee guida chiare e pratiche per garantire la sicurezza di chi si avventura in ambienti alpini, spesso complessi e rischiosi.
La prescrizione che ogni guida “è in obbligo di andare in cerca degli smarriti e di prestar soccorso ai pericolanti” sottolinea un principio etico e deontologico molto forte: la responsabilità morale di aiutare chi si trova in difficoltà, indipendentemente dalla propria presenza o dal proprio ruolo. Questo impegno non è solo un dovere professionale, ma anche un segno di solidarietà e di rispetto verso chi si affida alle guide per esplorare le montagne

